ARISTIDE E HAITI

"Chi mi ha rovesciato ha estirpato il tronco della libertà.
Ricrescerà perché le sue radici sono molte e profonde"

 

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Naomi Klein : Jean-Bertrand Aristide spiega perché fu destituito.
Pubblicato da: “The Nation” 15 Luglio 2005.
Per l’Italia pubblicato da “L’Espresso” del 04 Agosto 2005.

 

Quando le truppe delle Nazioni Unite uccidono gli abitanti di Cité Soleil, il quartiere povero di Haiti, amici e familiari spesso depongono sui corpi senza vita dei loro cari fotografie del presidente Jean-Bertrand Aristide, ora in esilio. Le foto insistono, seppur in maniera silenziosa, su un fatto: la pazzia furiosa di Port-au-Prince ha i suoi motivi. I poveri haitiani sono trucidati non per il loro essere violenti, come spesso sentiamo dire, ma per il loro essere militanti, perché osano chiedere il ritorno del presidente da loro eletto.
Soltanto dieci anni fa, il presidente Bill Clinton celebrava il ritorno di Aristide al potere come “il trionfo della libertà sulla paura”. Allora che cosa è cambiato? Di cosa si tratta: corruzione?, violenza?, frode? Aristide certamente non è un santo. Ma anche se la peggiore delle accuse rivoltegli fosse vera, sarebbe nulla a confronto alle fedine penali dei vari killer, trafficanti di droga, commercianti di armi che lo hanno estromesso, e continuano ad andare a briglia sciolta con il pieno sostegno dell’amministrazione Bush e dell’ONU. Rovesciare il governo legittimo di Haiti e consegnare il Paese alla malavita perché si è preoccupati del mancato “buon governo” di Aristide è come sganciarsi da un appuntamento galante con un seccatore facendosi accompagnare a casa da Charles Manson.
Alcune settimane fa, ho fatto visita ad Aristide in Sudafrica, a Pretoria, la città dove vive in esilio forzato. Gli ho chiesto cosa ci fosse realmente dietro il suo drammatico dissidio con Washington. Ha risposto dando una spiegazione che raramente capita di ascoltare nei dibattiti politici su Haiti, anzi ne ha fornite tre: “privatizzazione, privatizzazione, privatizzazione”. La disputa risale a una serie di incontri tenuti all’inizio del 1994, un momento fondamentale nella storia di Haiti di cui Aristide ha raramente parlato. Gli Haitiani vivevano sotto il governo barbarico di Raul Cédras, che nel 1991 aveva rovesciato il governo di Aristide con un colpo di stato appoggiato dagli USA. In quel periodo Aristide si trovava a Washington e, nonostante il suo ritorno venisse invocato a gran voce, non c’era modo per lui di poter sgominare la giunta senza appoggi militari. Sempre più in imbarazzo di fronte agli abusi perpetrati da Cédras, l’amministrazione Clinton offrì ad Aristide di giungere ad un accordo: le truppe americane lo avrebbero riportato ad Haiti, ma soltanto dopo aver concordato un ampio programma economico, il cui scopo dichiarato era di “trasformare in modo sostanziale la natura dello Stato Haitiano”.
Aristide si disse d’accordo a pagare i debiti accumulati sotto le dittature cleptocratiche dei Duvalier, abolì il servizio civile, aprì Haiti al “libero mercato” e ridusse della metà le tariffe d’importazione su riso e granoturco. Fu un affare ignobile ma, a detta di Aristide, c’era poco da scegliere. “Mi trovavo all’estero e il mio Paese era il più povero dell’emisfero occidentale, che tipo di potere avevo in quel momento?”.
I negoziatori di Washington avanzarono però una richiesta che Aristide proprio non poteva accettare: l’immediata vendita delle società haitiane di proprietà dello Stato, incluse quelle telefonica ed elettrica. Aristide sosteneva che una privatizzazione senza regole avrebbe trasformato i monopoli di Stato in oligarchie private che avrebbero, da un lato, incrementato la ricchezza dell’elite haitiana e, dall’altro, spogliato i poveri del loro patrimonio nazionale. In quella proposta, afferma Aristide, i conti semplicemente non tornavano. “Essere onesti significa dire che due più due fa quattro. Loro volevano farci dire che due più due fa cinque”.
Aristide propose un compromesso: piuttosto che vendere le aziende in blocco, le avrebbe “democratizzate”, attraverso la stesura di leggi antitrust, la garanzia che i proventi delle vendite sarebbero stati distribuiti ai poveri e la possibilità per i lavoratori di diventare azionisti. Washington fece un passo indietro e il testo finale dell’accordo – accettato dagli Stati Uniti e da altri Paesi donatori riunitisi a Parigi – chiedeva la “democratizzazione” delle aziende statali.
Ma non appena Aristide iniziò a mettere in atto il piano, saltò fuori che i finanziatori di Washington pensavano che il suo parlare di democratizzazione fossero solo pubbliche relazioni. Quando Aristide annunciò che nessuna vendita avrebbe potuto aver luogo finché il Parlamento non avesse approvato le nuove leggi, Washington gridò allo scandalo. Aristide si rese conto allora che si era cercato di portare a termine un vero e proprio “golpe economico”. “L’ordine del giorno segreto era quello di legarmi le mani una volta che fossi tornato in patria e farmi cedere tutte le aziende pubbliche di proprietà dello Stato senza nulla in cambio”. Aristide minacciò di arrestare chiunque fosse andato avanti con le privatizzazioni: “A Washington erano molto arrabbiati con me. Dissero che non avevo mantenuto la mia parola, quando in realtà furono loro a non rispettare la nostra comune politica economica”.
Da allora i rapporti tra Aristide e Washington sono andati deteriorandosi: mentre oltre 500 milioni di dollari in prestiti e aiuti già promessi venivano tagliati, affamando il governo, l’USAID versava milioni nelle casse dei gruppi di opposizione; il colpo di stato del febbraio 2004 ne è stato l’effetto culminante.
E la guerra continua. Il 23 giugno Roger Noriega, vice segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, ha invitato le truppe delle Nazioni Unite a prendere un “ruolo più attivo” nella caccia ai gruppi armati che sostengono Aristide. In pratica, ciò si è tradotto in un’ondata di spedizioni punitive sul modello di Falluja, in quartieri noti per essere a favore di Aristide. Il 6 luglio, per esempio, 300 soldati delle truppe ONU hanno preso d’assalto Cité Soleil, bloccando le uscite e sparando da veicoli blindati. Le Nazioni Unite ammettono di avere ucciso 5 persone, ma gli abitanti affermano che ci sono state non meno di 20 vittime. Il corrispondente della Reuters, Guyler Delva dice di avere visto “in una sola casa sette cadaveri, fra cui due bambini e una donna di oltre sessant’anni”. Ali Besnaci, responsabile di Medici senza Frontiere ad Haiti, conferma che il giorno dell’assedio la clinica di MSF ha soccorso 27 persone con ferite d’arma da fuoco, tre quarti dei quali donne e bambini.
Tuttavia, nonostante questi attacchi, gli Haitiani sono ancora nelle strade a protestare contro le previste elezioni fittizie, ad opporsi alle privatizzazioni ed a mostrare fotografie del loro presidente. E proprio come dieci anni fa gli esperti di Washington non riuscivano a capire come Aristide potesse rifiutare i loro consigli, così oggi non riescono ad accettare che i suoi sostenitori possano agire di loro iniziativa – di sicuro Aristide deve avere modo di controllarli attraverso qualche misteriosa arte voodoo. “Noi crediamo che i suoi sostenitori ricevano istruzioni direttamente dalla sua voce e indirettamente dai suoi accoliti che comunicano personalmente con lui in Sudafrica”, ha detto Noriega.
Aristide ovviamente nega di avere un simile potere. “La gente è sveglia, intelligente, coraggiosa”, dice. La gente sa che due più due non fa cinque.

 



http://www.commondreams.org/cgi-bin/print.cgi?file=/views05/0715-03.htm

Published on Friday, July 15, 2005 by The Nation
Aristide in Exile
by Naomi Klein

This article will appear in the August 2005 issue of The Nation.

When United Nations troops kill residents of the Haitian slum Cité Soleil, friends and family often place photographs of exiled President Jean-Bertrand Aristide on their bodies. The photographs silently insist that there is a method to the madness raging in Port-au-Prince. Poor Haitians are being slaughtered not for being "violent," as we so often hear, but for being militant; for daring to demand the return of their elected president.

It was only ten years ago that President Clinton celebrated Aristide's return to power as "the triumph of freedom over fear." So what changed? Corruption? Violence? Fraud? Aristide is certainly no saint. But even if the worst of the allegations are true, they pale next to the rap sheets of the convicted killers, drug smugglers and arms traders who ousted Aristide and continue to enjoy free rein, with full support from the Bush Administration and the UN. Turning Haiti over to this underworld gang out of concern for Aristide's lack of "good governance" is like escaping an annoying date by accepting a lift home from Charles Manson.

A few weeks ago I visited Aristide in Pretoria, South Africa, where he lives in forced exile. I asked him what was really behind his dramatic falling-out with Washington. He offered an explanation rarely heard in discussions of Haitian politics--actually, he offered three: "privatization, privatization and privatization." The dispute dates back to a series of meetings in early 1994, a pivotal moment in Haiti's history that Aristide has rarely discussed. Haitians were living under the barbaric rule of Raoul Cédras, who overthrew Aristide in a 1991 US-backed coup. Aristide was in Washington and despite popular calls for his return, there was no way he could face down the junta without military back-up. Increasingly embarrassed by Cédras's abuses, the Clinton Administration offered Aristide a deal: US troops would take him back to Haiti--but only after he agreed to a sweeping economic program with the stated goal to "substantially transform the nature of the Haitian state."

Aristide agreed to pay the debts accumulated under the kleptocratic Duvalier dictatorships, slash the civil service, open up Haiti to "free trade" and cut import tariffs on rice and corn in half. It was a lousy deal but, Aristide says, he had little choice. "I was out of my country and my country was the poorest in the Western hemisphere, so what kind of power did I have at that time?"

But Washington's negotiators made one demand that Aristide could not accept: the immediate sell-off of Haiti's state-owned enterprises, including phones and electricity. Aristide argued that unregulated privatization would transform state monopolies into private oligarchies, increasing the riches of Haiti's elite and stripping the poor of their national wealth. He says the proposal simply didn't add up: "Being honest means saying two plus two equals four. They wanted us to sing two plus two equals five."

Aristide proposed a compromise: Rather than sell off the firms outright, he would "democratize" them. He defined this as writing antitrust legislation, insuring that proceeds from the sales were redistributed to the poor and allowing workers to become shareholders. Washington backed down, and the final text of the agreement--accepted by the United States and by a meeting of donor nations in Paris--called for the "democratization" of state companies.

But when Aristide began to implement the plan, it turned out that the financiers in Washington thought his democratization talk was just public relations. When Aristide announced that no sales could take place until Parliament had approved the new laws, Washington cried foul. Aristide says he realized then that what was being attempted was an "economic coup." "The hidden agenda was to tie my hands once I was back and make me give for nothing all the state public enterprises." He threatened to arrest anyone who went ahead with privatizations. "Washington was very angry at me. They said I didn't respect my word, when they were the ones who didn't respect our common economic policy."

Aristide's relationship with Washington has been deteriorating ever since: While more than $500 million in promised loans and aid were cut off, starving his government, USAID poured millions into the coffers of opposition groups, culminating ultimately in the February 2004 armed coup.

And the war continues. On June 23 Roger Noriega, assistant secretary of state for Western Hemisphere affairs, called on UN troops to take a more "proactive role" in going after armed pro-Aristide gangs. In practice, this has meant a wave of Falluja-like collective punishment inflicted on neighborhoods known for supporting Aristide. On July 6, for instance, 300 UN troops stormed Cité Soleil, blocking off exits and firing from armored vehicles. The UN admits that five were killed, but residents put the number of dead at no fewer than twenty. Reuters correspondent Joseph Guyler Delva says he "saw seven bodies in one house alone, including two babies and one older woman in her 60s." Ali Besnaci, head of Médecins Sans Frontières in Haiti, confirmed that on the day of the siege twenty-seven people came to the MSF clinic with gunshot wounds, three-quarters of them women and children.

Yet despite these attacks, Haitians are still on the streets--rejecting the planned sham elections, opposing privatization and holding up photographs of their president. And just as Washington's experts could not fathom the possibility that Aristide would reject their advice a decade ago, today they cannot accept that his poor supporters could be acting of their own accord--surely Aristide must be controlling them through some mysterious voodoo arts. "We believe that his people are receiving instructions directly from his voice and indirectly through his acolytes that communicate with him personally in South Africa," Noriega said.

Aristide claims no such powers. "The people are bright, the people are intelligent, the people are courageous," he says. They know that two plus two does not equal five.

Naomi Klein is the author of No Logo: Taking Aim at the Brand Bullies (Picador) and, most recently, Fences and Windows: Dispatches From the Front Lines of the Globalization Debate (Picador).
© 2005 The Nation

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