ARISTIDE E HAITI

"Chi mi ha rovesciato ha estirpato il tronco della libertà.
Ricrescerà perché le sue radici sono molte e profonde"

 

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Chi ha destituito Aristide?

Ne riferisce Paul Farmer da Haiti

La notte del 28 febbraio il presidente haitiano, Jean-Bertrand Aristide, è stato estromesso dal potere. Egli ha affermato di essere stato rapito e di non aver saputo dove veniva condotto fino a quando, al termine di un volo di venti ore, gli è stato detto che lui e sua moglie sarebbero atterrati "in una base militare francese nel cuore dell'Africa." Si è ritrovato nella Repubblica Centrafricana.
Per comprendere la crisi in atto occorre avere un quadro generale della storia di Haiti. Nel XVIII secolo l'isola divenne il più prezioso possedimento coloniale francese, nonché una delle riserve di schiavi più brutalmente efficiente di tutti i tempi. Santo Domingo, com'era allora chiamata, costituiva lo scalo principale per le navi negriere: alla vigilia della Rivoluzione Francese forniva i due terzi dell'intera produzione tropicale d'Europa. Un terzo dei nuovi arrivi moriva entro pochi anni.
Gli haitiani convivono tutt'oggi con i retaggi della tratta dei negri e della rivolta che finì per deporre i francesi. Iniziata nel 1791, essa fu seguita da oltre un decennio di guerra; a sedare la ribellione fu inviato il più consistente corpo di spedizione francese, guidato dal Generale Leclerc, cognato di Napoleone. Mentre l'azione francese cominciava ad affievolirsi, il generale degli schiavi, Toussaint l'Ouverture, fu invitato a parlamentare. Venne quindi rapito e portato in una prigione nella Jura. La vicenda di Toussaint, così com'è riferita da Laurent Dubois in I vendicatori del Nuovo Mondo: la storia della Rivoluzione Haitiana , presenta diverse somiglianze con la situazione attuale:
"Touissaint non può essere libero," scriveva Leclerc al ministro coloniale a Parigi del momento, "e dev'essere imprigionato nelle regioni interne della Repubblica. Che non possa mai più rivedere Santo Domingo." "Non c'è posto abbastanza lontano dall'oceano ove tenere Touissant, né prigione troppo forte," ripeteva Leclerc un mese più tardi. Egli sembrava temere che il deportato potesse riapparire all'improvviso. La sua sola presenza nella colonia, ammoniva, sarebbe bastata a ri-infiammarla.
Toussaint morì per assideramento e tubercolosi nel 1803. Ogni scolaro haitiano conosce a memoria le sue ultime parole: "Nel rovesciarmi voi avete abbattuto solo il fusto dell'albero della libertà nera a Santo Domingo. Quell'albero ricrescerà dalle radici, poiché esse sono numerose e profonde."
Nel novembre del 1803 gli ex schiavi vinsero quella che si rivelò essere la battaglia finale della guerra, e il 1 gennaio 1804 proclamarono la repubblica indipendente di Haiti. Si trattava del primo paese indipendente dell'America Latina, e della sola nazione mai nata da una rivolta di schiavi. La Rivoluzione Haitiana, scrive Dubois, fu "una formidabile sfida al mondo come lo si intendeva allora. La schiavitù era il fulcro del prospero sistema capitalistico mercantile che stava arricchendo l'Europa, devastando l'Africa e promuovendo la rapida espansione delle Americhe." L'indipendente Haiti aveva pochi amici. Praticamente tutte le potenze del mondo si schierarono con la Francia contro l'auto-proclamata Repubblica Nera, la quale si era dichiarata porto sicuro non soltanto per gli schiavi fuggitivi ma anche per le popolazioni indigene del resto delle Americhe (gli autentici nativi di Haiti erano stati decimati da malattie infettive e dalla riduzione in schiavitù da parte degli Spagnoli ben prima dell'arrivo dei Francesi.) Circondata com'era da colonie asservite, Haiti aveva un solo vicino non colonizzato, gli schiavisti Stati Uniti d'America, che rifiutavano di riconoscerne l'indipendenza.
I capi di Haiti avevano un disperato bisogno di riconoscimento, giacché le sole fonti di reddito provenivano da zucchero, caffè, cotone e ogni altro prodotto tropicale l'isola avesse da vendere. Nel 1825, sotto la minaccia di una nuova invasione francese e la restaurazione della schiavitù, gli ufficiali haitiani firmarono il documento che avrebbe segnato l'inizio della fine per qualunque speranza di autonomia. Il re francese accettò di riconoscere l'indipendenza di Haiti solo in cambio del pagamento da parte della nuova repubblica di un'indennità di 150 milioni di franchi e del dimezzamento delle sue tasse su importazioni ed esportazioni. Il "debito" riconosciuto da Haiti era stato contratto dagli schiavi nel momento in cui essi avevano privato i possidenti francesi non soltanto di terre e attrezzature ma anche delle loro "proprietà" umane.
L'impatto della restituzione del debito - che proseguì fin dopo la Seconda Guerra Mondiale - fu devastante. Nelle parole dell'antropologo haitiano Jean Price-Mars, "l'incompetenza e la frivolezza dei suoi leader" aveva "trasformato un paese le cui entrate avevano fino a quel momento pareggiato le uscite in uno stato gravato dai debiti e strangolato da obblighi finanziari che non avrebbero mai potuto essere onorati." "Imporre un'indennità agli schiavi vittoriosi equivaleva a pretendere da loro una rimessa in denaro per ciò che avevano già pagato col loro stesso sangue," osservò l'abolizionista Victor Schoelcher.
Entro la fine del XIX secolo l'ingerenza degli Stati Uniti nelle questioni haitiane aveva ormai eclissato quella francese. Un'occupazione militare statunitense (1915-34) ri-introdusse il lavoro senza diritti e aprì la strada al bombardamento aereo, mentre a Washington i funzionari statali creavano le istituzioni con le quali gli haitiani avrebbero dovuto convivere: l'esercito, soprattutto - lo stesso che ora afferma di avere il paese "nelle sue mani" - fu creato con un atto del Congresso americano. Congedato da Aristide nel 1995, esso non conobbe mai un nemico esterno all'isola. Internamente, però, ne ha sempre contati un gran numero. Governi supportati militarmente, dittature, instabilità cronica, repressione, ovunque il pugno di ferro di Washington: questo stato di cose è proseguito per tutto il XX secolo.
Sono venuto a conoscenza della storia di Haiti mentre lavoravo nell'ambito di un progetto medico sull'altopiano del paese. La prima volta che mi ci sono recato, nel 1983, la dittatura della famiglia Duvalier era già insediata da un quarto di secolo. Il dissenso non esisteva. I Duvaliers e le loro milizie trattavano con spietatezza qualunque forma di opposizione, mentre tanto la magistratura quanto il resto del mondo guardavano altrove. Haiti era già conosciuta come il paese più povero del mondo occidentale, e coloro che la guidavano sostenevano che la forza era indispensabile per mantenere l'ordine pubblico in condizioni di così profonda indigenza.
Entro la metà degli anni '80 fame, disperazione e malattie avevano superato il livello di controllo. Baby Doc Duvalier, nominato "presidente a vita" all'età di 19 anni, fuggì nel 1986. Un primo tentativo di elezioni democratiche sfociò nel 1987 in un massacro presso i seggi elettorali. Un generale dell'esercito assunse il potere. Nel settembre del 1988 il sindaco di Port-au-Prince, un ex ufficiale militare, pagò una banda di malviventi affinché desse alle fiamme una chiesa cattolica mentre vi veniva celebrata la messa. In quel momento la chiesa era affollata di persone, dodici delle quali persero la vita. All'altare c'era Padre Jean-Bertrand Aristide, la nemesi della dittatura e della milizia. Aristide era un propugnatore di liberation theology [teologia per la liberazione], con la sua ingiunzione che la Chiesa proclamasse "un'opzione preferenziale per i poveri", ma la teologia per la liberazione aveva i suoi avversari: in una riunione del 1980, alcuni esponenti del trust di cervelli di Reagan l'avevano dichiarata meno cristiana che comunista. "La politica degli Stati Uniti," dicevano "deve cominciare a contrastare (non reagire contro) … il clero della 'teologia per la liberazione'."
L'ascesa di Aristide da prete dei bassifondi a candidato presidenziale avvenne sullo sfondo avverso di squadroni della morte di destra e minacce di colpi di stato militari. A parere degli haitiani la sua ascesa fu rapida, ma negli Stati Uniti il suo credito precipitò altrettanto repentinamente. Il New York Times, che si affida ampiamente ad informatori bilingui Inglesi e Francesi, non ebbe per lui molte parole gentili. "È un incrocio fra l'Ayatollah e Fidel," avrebbe detto un uomo d'affari haitiano secondo quanto riportato dal quotidiano. "Se la scelta è fra l'estrema sinistra e l'estrema destra, sono pronto a formare un'alleanza con l'estrema destra." Gli Haitiani sapevano, tuttavia, che Aristide avrebbe vinto qualunque elezione democratica ed infatti il 16 dicembre 1990 egli ottenne il 67 per cento dei voti in una rosa di 12 candidati. Non fu necessario alcun ballottaggio.
Gli Stati Uniti potevano non essere riusciti a evitare la travolgente vittoria di Aristide, eppure c'era ancora molto che potevano fare per indebolirlo. Il metodo più efficace, adottato dalla prima amministrazione Bush, fu quello di finanziare sia l'opposizione - il misero risultato elettorale non fu evidentemente giudicato ragione sufficiente per ridurre gli aiuti a loro destinati - sia il potere militare. I fascicoli ora desegretati rivelano che la CIA e altre organizzazioni statunitensi collaborarono alla fondazione e al finanziamento di un gruppo paramilitare chiamato FRAPH, il quale salì alla ribalta a seguito di un colpo di stato militare che estromise Aristide nel settembre 1991. Migliaia di civili furono uccisi e centinaia di migliaia fuggirono oltremare o nella confinante Repubblica Dominicana. Per i successivi tre anni Haiti fu guidata da giunte miste civili e militari spietate quanto i Duvaliers.
Nell'ottobre 1994, sotto Clinton, le forze militari americane intervennero per reintegrare Aristide nella sua carica, quando alla scadenza del suo mandato mancava poco più di un anno. Benché autorizzata dalle Nazioni Unite, l'operazione fu sostanzialmente di matrice americana. Poi, sette settimane dopo il ritorno di Aristide, i Repubblicani presero il controllo del Congresso, e sin da allora autorevoli esponenti di quel partito lavorano per bloccare gli aiuti ad Haiti o per subordinarli a gravosi requisiti preliminari.
Gli aiuti giunti tramite i canali ufficiali non sono comunque mai stati molto sostanziosi: gli USA hanno assegnato ad Haiti, pro capite, un decimo di quanto hanno distribuito in Kosovo. È pur vero che, come gli ex ambasciatori americani e l'amministrazione Bush hanno di recente affermato, centinaia di milioni di dollari sono fluiti nelle casse haitiane - ma non in quelle del governo eletto. Gran parte di quel denaro è andato all'opposizione anti-Aristide. Una grossa fetta è poi servita a pagare l'occupazione dell'ONU e le truppe di rinforzo di Halliburton. Poche le risorse impiegate per la ricostruzione di scuole, infrastrutture sanitarie, strade, porti, telecomunicazioni o aeroporti.
Durante i pochi mesi del suo incarico, Aristide, anche grazie all'abolizione dell'esercito di Haiti, divenne nel 1996 il primo civile eletto ad assistere alla propria successione alla presidenza della più vecchia repubblica dell'America Latina da parte di un altro civile eletto, René Préval. Questi fu a sua volta il primo presidente haitiano a portare a termine il proprio mandato, non un giorno di più non uno di meno. Nel novembre 2000 Aristide fu nuovamente eletto a grande maggioranza. Ma i problemi erano già sorti. Nelle elezioni locali e parlamentari di maggio otto seggi parlamentari erano stati oggetto di disputa e quando l'opposizione politica gridò al broglio gli Stati Uniti congelarono gli aiuti internazionali. La IDB (Inter-American Development Bank) [Banca per lo Sviluppo Inter-Americano], per esempio, aveva approvato quattro prestiti da destinarsi a sanità, educazione, acqua potabile e migliorie viarie. Fonti haitiane e americane mi hanno confermato che gli USA chiesero alla banca di bloccare i prestiti fino ad avvenuta composizione delle dispute elettorali. Dal momento che sette dei senatori in questione rassegnarono le dimissioni nel 2001, e la permanenza in carica dell'ultimo terminò poco più tardi, quella avrebbe dovuto essere la fine del congelamento negli aiuti, che invece proseguì per tutto il mandato di Aristide.
Il Dipartimento di Stato affermò in seguito che la misura era stata decisa per consenso unanime dei membri della Organization of American States [Organizzazione degli Stati Americani] in un documento chiamato Dichiarazione di Quebec City. La dichiarazione è datata 22 aprile 2001, e la lettera con la quale il rappresentante USA chiedeva che i prestiti non venissero erogati era datata 8 aprile. Per citare le conclusioni di uno dei pochi giornalisti che trovarono questo scandalo degno di indagine, "sembrerebbe che la misura sia stata concertata dopo la sua realizzazione."
Certe istituzioni finanziarie internazionali, poi, hanno messo in atto azioni discriminatorie e probabilmente illegali nei confronti di Haiti. Secondo l'Haiti Support Group [Gruppo di Supporto pro-Haiti] con sede a Londra,
Il debito di Haiti con istituzioni finanziarie internazionali e con governi stranieri è cresciuto da 302 milioni di dollari nel 1980 a 1.134 miliardi di dollari oggi. Circa il 40 per certo di questo debito deriva da prestiti concessi agli efferati dittatori Duvalier i quali ne hanno investito poco o nulla nel paese. È noto come il "debito odioso" perché è stato usato per opprimere la popolazione e per questo, secondo la legge internazionale, non deve essere restituito.
Ciononostante, al fine di far fronte alle nuove imposizioni dell'IDB, l'indigente governo haitiano è stato costretto a pagare arretrati sempre più cospicui sui suoi debiti, molti dei quali legati a prestiti erogati alla dittatura dei Duvalier e ai regimi militari che governarono il paese con grande brutalità fra il 1986 e il 1990. Nel luglio 2003 Haiti inviò più del 90 per cento di tutte le sue riserve estere a Washington per estinguere i propri arretrati. A tutt'oggi meno di 4 milioni di dollari dei quattro prestiti bloccati - che ammontavano a un totale di $146.000.000 - ha raggiunto Haiti, nonostante le molte rassicurazioni da parte dell'IDB.
Eppure soltanto un mese fa si è potuto finalmente leggere su un quotidiano statunitense che il congelamento degli aiuti può aver contribuito al rovesciamento dello spiantato governo haitiano. Il 7 marzo il Boston Globe ha scritto:
Oggi il governo di Haiti, che ha la responsabilità di otto milioni di persone, ha un budget annuale di circa 300 milioni di dollari - inferiore a quello di Cambridge, una cittadina di poco più di 100.000 abitanti. E mentre gli haitiani tentano di formare un nuovo governo, molti dicono che il suo successo dipenderà largamente dalla misura e dalla rapidità con cui gli aiuti fluiranno nel paese… Molti dei sostenitori di Aristide, in Haiti e all'estero, sostengono con rabbia che la comunità internazionale, e gli Stati Uniti in testa, hanno abbandonato la nascente democrazia proprio quando ne aveva più bisogno. Molti poi credono che lo stesso Aristide sia stato il bersaglio delle sanzioni economiche de facto, proprio mentre Haiti stava iniziando a risistemare le proprie finanze.
Che gli Stati Uniti e la Francia abbiano scalzato Aristide non è l'opinione di una minoranza estremista. La Caribbean Community [Comunità Caraibica] (CARICOM) e l'African Union [Unione Africana] hanno richiesto un'indagine formale sulla sua destituzione. "Molte persone in tutto il mondo credono che la partenza di Aristide sia stata al meglio facilitata, al peggio imposta con la forza, da Stati Uniti e Francia," ha dichiarato di recente Gayle Smith, membro del National Security Council [Consiglio di Sicurezza Nazionale] sotto Clinton.
Perché tanta acrimonia nei confronti del leader di Haiti? Affrontando la questione del debito storico francese, Aristide aveva dichiarato che la Francia "ha estorto questo denaro ad Haiti con la forza e … dovrebbe restituircelo in modo che possiamo impiegarlo per costruire scuole elementari, assistenza sanitaria di base, sistemi idrici e strade." Dai suoi calcoli, che tenevano conto degli interessi e dell'adeguamento all'inflazione, risultava che la Francia deve ad Haiti $ 21.685.135.571,48 e che la cifra è in continuo aumento. Il conteggio fu deriso da alcuni francesi, che giudicarono tutta la faccenda una farsa montata ad hoc dai loro scontenti ex sudditi; altri, come appare sempre più chiaro, se ne sentirono insultati e reagirono con collera quando la questione fu presentata in ambienti diplomatici e legali.
Tuttavia Aristide resse alla pressione. L'importo di 21 miliardi di dollari fu ripetuto in più occasioni. Il numero 21 appariva dappertutto ad Haiti seguito dalla parola "restituzione". Il 1 gennaio di quest'anno, durante le celebrazioni per il bicentenario, Aristide annunciò che avrebbe sostituito la salva di 21 colpi con un elenco di 21 cose che erano state fatte nonostante l'embargo e che sarebbero state fatte quando fosse avvenuta la restituzione. La folla fu presa dall'entusiasmo. Per lo più la stampa francese liquidò i suoi commenti tacciandoli di stupidità, nonostante il fondamento legale della sua istanza. Molti haitiani videro in Aristide il moderno Toussaint l'Ouverture, un'associazione che lo stesso Aristide non scoraggiò. "Touissant è stato vinto dalle potenze straniere," scrisse Madison Smartt Bell sull'Harper's di gennaio, "e anche Aristide ha molto patito la vessazione dell'interferenza dall'esterno."
Di solito è facile capire, perfino nella più breve conversazione riguardo ad Aristide, la posizione del proprio interlocutore riguardo a lui. Sulla stampa statunitense le opinioni ad Haiti sono quasi sempre definite come "polarizzate", ma questo non è vero in ogni caso. Elezioni e sondaggi, perfino quelli recenti, mostrano che la maggioranza povera continua a sostenere Aristide. Sono le classi medie e le elite politiche tradizionali a dissentire da lui, nonché le persone come me: non haitiani che per qualsivoglia ragione si occupano degli affari interni di quel paese.
Fra il colpo di stato che seguì all'inaugurazione di Aristide e il suo ritorno ad Haiti le informazioni dei media negli Stati Uniti furono dello stesso tenore di quelle attuali. Il 22 settembre 1994 sulla prima pagina del New York Times apparse un articolo dal titolo "Il Topo che Ruggiva". La sensazione che se ne ricavava era quella di un Aristide estremamente irritante:
La congrega di Clinton ha dovuto lavorare sodo per giustificarlo ai legislatori snervati dal briefing a porte chiuse della CIA al Congresso dell'ottobre 1993, durante il quale i servizi d'intelligence hanno fornito l'informazione - in seguito dimostratasi falsa - che Padre Aristide era stato sottoposto a trattamento psichiatrico in un ospedale di Montreal nel 1980. Il senatore Jesse Helms, Repubblicano della Carolina del Nord, ha lasciato il briefing bollandolo come "psicopatico" - un insulto che Padre Aristide ha faticato a superare.
Avrebbe fatto comodo alle tradizionali elite haitiane e ai loro alleati all'estero se Aristide, che è stato costretto a esercitare la sua presidenza in una condizione di penuria inimmaginabile, fosse stato abbandonato dal suo stesso popolo. Ma i sondaggi Gallup del 2002, i cui risultati non sono mai stati resi pubblici, hanno dimostrato che, a dispetto dei suoi errori, egli resta il politico di gran lunga più popolare e fidato. Dunque che cosa si può fare per quelli che, con orrore della destra repubblicana, continuano a votare per lui?
I protégé di Jesse Helms hanno avuto più peso nel destino di Aristide di quanto non ne abbia avuto l'elettorato haitiano. Benché gli ufficiali statunitensi abbiano dichiarato in un primo momento che egli era stato "portato nel paese da lui prescelto" alla fine di febbraio, la dichiarazione di Aristide secondo la quale lui non avrebbe avuto idea di dove lo stessero portando appare più verosimile. Non era mai stato prima nella Repubblica Centrafricana. Con la dimensione del Texas e una popolazione di appena tre milioni di abitanti, quel paese è assoggettato all'esercito e agli interessi economici francesi. Un reportage della BBC nel marzo del 2003 riferiva che la capitale, Bangui, sarebbe la città più pericolosa del mondo, e gli USA consigliano ai propri cittadini di non recarvisi; l'ambasciata americana è stata chiusa due anni fa.
Sulla pista di atterraggio Aristide ha ringraziato gli africani per la loro ospitalità e poi ha detto: "Io dichiaro che nel rovesciare me essi hanno estirpato il fusto dell'albero della pace, perché le sue radici sono quelle dell'Ouverture."
A quanto pare, l'amministrazione Bush ha collocato due uomini diversi a capo della diplomazia latino-americana, ed essi coprono quel ruolo da molto tempo. In qualità di "speciale messo presidenziale per l'emisfero occidentale", Otto Reich è il primo diplomatico statunitense nella regione, per quanto non abbia mai partecipato a una seduta della Camera o del Senato; la carica gli è stata assegnata da Bush durante un periodo di intervallo del Congresso. Negli anni '90 Reich è stato un esponente della lobby dell'industria (fra i beneficiari della sua azione, la Lockheed Martin, fornitore di caccia al Cile); prima di ciò ha avuto una lunga carriera al servizio del governo.
Durante la guerra civile in Nicaragua, secondo il profilo tracciato da William Finnegan sul New Yorker, Reich
guidò un programma di supporto ai Contras che operava alle dipendenze di un organismo definito Office of Public Diplomacy [Ufficio della Diplomazia Pubblica]. L'ufficio organizzava conferenze e raccomandava libri alle biblioteche scolastiche, ma faceva anche trapelare false notizie alla stampa - quella, per esempio, che il governo sandinista avrebbe ricevuto caccia MiG sovietici, o che sarebbe stato implicato nel traffico di droga … L'ufficio si avvaleva di specialisti nella guerra psicologica dell'esercito, e lavorava in stretto contatto con il Tenente Colonnello Oliver North, del Consiglio di Sicurezza Nazionale.
Nel corso dell'indagine Iran-Contra, il controllore generale degli Stati Uniti concluse che l'ufficio di Reich "si era cimentato in attività proibite di propaganda occulta". Ma a quel punto Reich era già stato nominato ambasciatore USA in Venezuela, dove ha gettato le basi per i futuri sforzi al fine di destabilizzare il Presidente Chávez. Non sempre tale attività è occulta: meno di un anno fa, Reich ha pubblicamente accolto con favore un golpe contro Chávez e ha incoraggiato il Dipartimento di Stato e gli opinionisti a supportare il "nuovo governo". L'unico problema è stato che la maggioranza venezuelana non ha seguito le indicazioni, e Chávez è rimasto.
Il mese scorso l'amministrazione Bush ha mandato Roger Noriega ad Haiti per "appianare" la crisi. Non tutti sapevano chi fosse: la carriera di Noriega è trascorsa all'ombra delle commissioni congressuali. Per quasi un decennio ha lavorato per Helms e i suoi alleati, e non è un segreto che da anni teneva Aristide nel mirino. La politica statunitense per Haiti è determinata da un ristretto numero di persone che hanno avuto un ruolo di spicco nei ministeri di Reagan o di Gorge H. W. Bush. Molti di loro sono ora rientrati nel governo dopo una vacanza di otto anni trascorsa nei think tank conservatori o nelle aziende lobbistiche. Elliot Abrams, riconosciuto colpevole di aver taciuto informazioni al Congresso durante le udienze dell'Iran-Contra è ora membro del National Security Council; il consigliere di sicurezza nazionale di Reagan, John Poindexter, ha guidato fino a poco tempo fa la nuova unità anti-terrorismo del Pentagono; John Negroponte, ex ambasciatore in Honduras, è ora ambasciatore all'ONU. Jeanne Kirkpatrick fa parte del comitato direttivo dell'International Republican Institute [Istituto Repubblicano Internazionale], un organismo che da tempo supporta attivamente l'opposizione ad Haiti (le mie fonti lasciano intendere che esso avrebbe spalleggiato il personale militare smobilitato che ha rappresentato il braccio armato dell'opposizione all'inizio dell'anno, nonostante le sue smentite in proposito.).
Quelli che giocano sullo scacchiere di Haiti rientrano tutti in una di due categorie: innanzitutto l'elite economica dell'isola, inclusi quelli che posseggono i media, e poi gli ex militari e paramilitari - coloro che sono stati coinvolti nel golpe del 1991-94. Alcuni sono stati in prigione sin da allora per omicidio, traffico di droga e crimini contro l'umanità. Oggi ciascuno di essi è stato scarcerato.
Fra quelli liberati dai ribelli c'è l'ex generale Prosper Avril, uno dei capi della famigerata Guardia Presidenziale sotto entrambi i Duvalier. Avril si impossessò del potere nel settembre 1988 e fu deposto nel marzo 1990. Un Tribunale Distrettuale USA ha appurato che il suo regime si dedicava a un "piano sistematico di turpi violazioni dei diritti umani." L'ha inoltre giudicato personalmente responsabile di "torture e trattamenti crudeli, disumani o degradanti" tali da meritare a sei delle sue vittime un totale di 41 milioni di dollari di risarcimento. Fra le vittime comparivano anche politici dell'opposizione, capi del sindacato, intellettuali, e perfino un medico che tentava di fornire prestazioni a favore della popolazione indigente. La repressione di Avril non andava tanto per il sottile: tre vittime di tortura furono mostrate alla televisione nazionale con i volti grottescamente tumefatti, gli arti pieni di lividi e gli abiti coperti di sangue. Egli sospese poi 37 articoli della costituzione, e dichiarò lo stato di assedio.
Gli USA cominciarono a proteggere Avril poco dopo il reintegro di Aristide nel 1994. Nel novembre di quell'anno l'allora segretario di stato, Warren Christopher, riferì all'ambasciatore statunitense resoconti dell'intelligence secondo i quali la Red Star Organization [Organizzazione della Stella Rossa], sotto la guida di Avril, stava mettendo a punto una "campagna di vessazioni e assassinio diretta ai … sostenitori di Aristide". Tale informazione non fu divulgata alle autorità haitiane. A dicembre la polizia di Haiti, agendo sulle informazioni in suo possesso, cercò di arrestare Avril nella sua abitazione. Immediatamente dopo l'arrivo delle forze dell'ordine, sul posto giunsero i militari americani, che cercarono di dissuaderle dall'effettuare l'arresto. Quando finalmente esse riuscirono a guadagnarono l'ingresso, Avril era già fuggito nella confinante residenza dell'ambasciatore colombiano. Perquisendo la casa di Avril, la polizia rinvenne uniformi militari, radio della polizia illegali e una scorta di armi.
Fuggì in Israele ma in seguito ritornò ad Haiti, dove il sostegno internazionale e, potenzialmente, militare su cui poteva contare scongiurò ulteriori tentativi di arrestarlo. Fondò un partito politico che, pur non avendo mai messo in campo alcun candidato alle elezioni, fu invitato dall'IRI a prendere parte allo sviluppo di una opposizione anti-Aristide. Nel maggio 2001, dopo il ritiro delle truppe americane da Haiti, la polizia colse finalmente l'opportunità per dar corso al mandato di arresto di Avril. Il successo dell'operazione fu salutato con gioia dalla grande maggioranza degli haitiani e dai gruppi per la giustizia e per i diritti umani sparsi ad Haiti, negli Stati Uniti e in Europa. Amnesty International dichiarò che l'arresto "poteva segnare un passo avanti del sistema giudiziario haitiano nella sua lotta contro l'impunità": "la gravità delle violazioni ai diritti umani commesse durante il periodo al potere del Generale Avril, fra il golpe da lui commesso nel 1988 e la sua partenza nel marzo 1990," disse Amnesty, "non può essere ignorata." In Francia il Comitato per Processare Duvalier concluse che "il generale deve essere sottoposto a giudizio." Il 9 dicembre 2003, il magistrato che investigava sul Massacro di Piatre del 1990, quando molti contadini persero la vita, ne attribuì formalmente la responsabilità ad Avril. Egli si trovava in prigione in attesa della fine dei dibattiti preliminari quando fu liberato il 2 marzo - pochi giorni dopo la deposizione di Aristide.
Il leader dei ribelli Guy Philippe fu addestrato, durante l'ultimo colpo di stato, in una base militare americana in Ecuador. Quando l'esercito fu smobilitato, Philippe venne incorporato nella nuova forza di polizia, assumendo l'incarico di capo di polizia a Delmas, sobborgo di Port-au-Prince e nella seconda città del Paese, Cap-Haïtien. Durante la sua permanenza in carica, come appreso dalla International Civilian Mission [Missione Internazionale per i Civili] dell'ONU, dozzine di sospetti membri di bande locali furono sommariamente giustiziati, molti dei quali dalla polizia al comando del sostituto di Philippe. L'ambasciata USA sollevò inoltre l'implicazione di Philippe nel traffico di droga durante la sua carriera nelle forze dell'ordine. I crimini commessi in larga misura da poliziotti ex militari vengono spesso attribuiti ad Aristide, per quanto egli abbia cercato di evitare che golpisti violatori dei diritti umani di quel calibro finissero in simili posizioni chiave.
Philippe fuggì da Haiti nell'ottobre 2000, quando le autorità scoprirono che stava preparando un colpo di stato insieme a un gruppuscolo di altri capi di polizia. Sin da allora il governo haitiano lo accusa di essere all'origine di diversi attacchi terroristici nel luglio e nel dicembre 2001, così come alcuni raid letali a danno di stazioni di polizia nell'altopiano centrale di Haiti. (Negli ultimi due anni quattro delle nostre ambulanze sono state rubate, e membri del nostro staff medico sono stati presi in ostaggio.) Il mese scorso gli uomini di Philippe si sono vantati con la stampa americana di aver giustiziato i sostenitori di Aristide a Cap-Haïtien e Port-au-Prince, ed effettivamente di molti di essi è stata denunciata la scomparsa. "Io sono il capo, il capo militare. Il paese è nelle mie mani," vanagloriava Philippe il 2 marzo, suscitando la seguente risposta di Oscar Arias, premio Nobel per la pace ed ex presidente del Costa Rica: "Nulla può provare con più chiarezza la ragione per cui ad Haiti non occorre un esercito di quanto non facciano le millanterie pronunciate dal leader dei ribelli Guy Philippe la scorsa settimana a Port-au-Prince. L'esercito haitiano è stato abolito nove anni fa durante un periodo di transizione democratica, precisamente allo scopo di evitare che il paese potesse ricadere nelle mani dei militari." Philippe ha dichiarato alla Associated Press che avrebbe usato i suoi nuovi poteri per arrestare il primo ministro di Haiti, Yvon Neptune, e si è poi incaricato di guidare una folla inferocita in un attacco all'abitazione di Neptune. Risulta che avrebbe affermato che l'uomo che più ammira è Pinochet.
L'elenco continua. Louis-Jodel Chamblain fu un sergente nell'esercito haitiano fino al 1989 o 1990. Riapparve sulla scena nel 1993 come ufficiale in seconda del FRAPH. (Emmanuel "Toto" Constant, il leader dell'organizzazione, vive ora da uomo libero nel quartiere del Queens, New York.) Fra le vittime del FRAPH ci fu Guy Malary, il ministro della giustizia, caduto in un'imboscata e mitragliato a morte insieme alla sua guardia del corpo e a un autista. Nel settembre 1995 Chamblain fu uno dei sette fra militari di grado e capi del FRAPH che furono riconosciuti colpevoli in contumacia e condannati ai lavori forzati per il loro coinvolgimento nel settembre 1993 nell'esecuzione di Antoine Izméry, un noto attivista pro-democrazia. Alla fine del 1994 o agli inizi del 1995 andò in esilio volontario nella Repubblica Domenicana.
Per quanto riguarda la tradizionale elite politica, parte di essa vuole vivere nel Palazzo Nazionale sin da quando esso è stato occupato da Papa Doc. Altri possono sembrare più marginali ma ciò non toglie che abbiano causato la loro dose di danni. Quando, qualche giorno fa, Vladimir Jeanty è stato mostrato nell'atto di distruggere un'opera d'arte in mostra a Port-au-Prince, la descrizione che ne è stata data ne parlava come di un "pastore del Partito di Dio". In realtà egli non è altro che un ennesimo candidato presidenziale permanente, felicissimo di avere l'opportunità di bruciare preziosi manufatti collegati al voodoo e ad altri aspetti della cultura haitiana - e di farlo sotto lo sguardo della stampa internazionale.
André Apaid, americano di nascita e noto alla stampa statunitense come "il leader del movimento della società civile per l'estromissione di Aristide", è il fondatore di una stazione televisiva nonché il proprietario di un'azienda di confezioni (un'affiliata delle Alpha Industries) il cui nome ha avuto ampio risalto nei notiziari che si sono occupati dei fornitori schiavisti della Disney. La pressione incessante di Aristide per portare il salario minimo oltre i 72 gourdes al giorno - circa £1 - ha inciso sugli imponenti profitti dell'industria di assemblaggio offshore. Il Congresso USA ha proposto di costruire nuove fabbriche di abbigliamento ad Haiti incoraggiando così le società americane ad esternalizzare altro lavoro in condizioni di sfruttamento - buone notizie per Apaid.
All'estremo opposto dello spettro sociale rispetto ad Apaid ci sono le chimères, i gruppi descritti dalla stampa straniera come malviventi armati al soldo del governo di Aristide. Ma chi sono le chimères? Abitanti degli slum di Haiti, da tanto tempo esclusi dalla società civile, essi "erano davvero chimere" scriveva Madison Smartt Bell. "La malasorte ha fatto di loro ombre irrealizzate … Era questa la gente che Aristide si era originariamente prefisso di salvare."
L'operazione di salvataggio si è conclusa il mese scorso mentre i "ribelli" hanno continuato a "prendere le città". Io lavoro in una di queste "città" e ho visto il loro modus operandi. Entravano, sparavano alla polizia - che di solito non contava più di due o tre unità - e se ne andavano. Solo una controforza analogamente equipaggiata avrebbe potuto fermarli. Il governo assediato si è appellato al Consiglio di Sicurezza per chiedere aiuto, ma ogni sostegno ha continuato a essere ritardato dall'amministrazione Bush, una catena di ritardi che doveva condurre fino a quando il governo fosse caduto, o venisse estromesso.
Stati Uniti e Francia hanno dunque avuto un ruolo nella destituzione di Aristide? Lui e sua moglie sono stati trattenuti contro la loro volontà? Della maggior parte delle dichiarazioni di Aristide, inizialmente contestate dagli ufficiali USA, da Noriega a Donald Rumsfeld, si riconosce ora la veridicità. Le affermazioni dei suoi nemici, secondo le quali Aristide e gli ufficiali si sarebbero incontrati ad Antigua - mentre Aristide sosteneva che non era loro consentito muoversi dal proprio sedile - sono state smentite da rapporti provenienti dalla stessa Antigua. Durante un'udienza alla Camera dei Deputati, Noriega ha ammesso che Aristide non ha saputo la sua destinazione fino a meno di un'ora prima dell'atterraggio nella Repubblica Centrafricana. Perfino gli ufficiali del CAR hanno riconosciuto che nessuna autorità haitiana è stata coinvolta nella scelta della destinazione.
Molte altre domande rimangono senza risposta. Che i fondi statunitensi abbiano apertamente finanziato l'opposizione è cosa nota; ma sono serviti anche a sostenere, per quanto indirettamente, la ribellione, condotta con l'impiego di potenti armi americane solo un anno dopo che ventimila armi dello stesso tipo erano state promesse alla Repubblica Domenicana? Il Senatore Christopher Dodd sta sollecitando un'indagine sull'addestramento ad opera degli USA di seicento "ribelli" nella Repubblica Domenicana, e vuole scoprire "come l'IRI ha speso 1,2 milioni di dollari di denaro dei contribuenti" ad Haiti. Rispondere a queste e ad altre domande correlate richiederebbe l'azione di un intrepido giornalista investigativo più che di un medico come me che, con qualche trepidazione, opera nel centro di Haiti. Ci vorrebbe un giornalista disposto ad affrontare il tema spinoso delle politiche USA in America Latina. Ma riguardo al ritorno dei militari non restano molti dubbi. Nella sua prima dichiarazione pubblica, l'uomo che è stato insediato come nuovo primo ministro di Haiti ha annunciato che l'ordine di Aristide di rimpiazzare l'esercito con una forza di polizia composta di civili si poneva in violazione della costituzione haitiana e ha promesso di istituire una commissione che esamini le questioni relative al reintegro dei militari.

Paul Farmer, medico e antropologo, è professore Maud and Lillian Presley all'Harvard Medical School, ed autore di Gli usi di Haiti e Patologie del potere.

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