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L'ATTO DI ACCUSA DI ARISTIDE : MI HANNO RAPITO
"Haitiani, ecco come l'America mi ha pugnalato"
"I soldati Usa mi dissero che se non fuggivo ci
sarebbe stato un bagno di sangue". "Accettai, ma era un trucco"
"CHI mi ha rovesciato ha estirpato il tronco della
libertà. Ricrescerà perché le sue radici sono molte e profonde".
Nell'ombra di Touissant l'Ouverture (il padre dell'indipendenza di Haiti
ndr), il genio della nostra stirpe, dichiaro che rovesciandomi hanno
estirpato l'albero della pace, ma ricrescerà. Cari compatrioti, è con
queste prime parole che saluto i fratelli e le sorelle dall'Africa, dal
suolo della Repubblica Centroafricana. Durante la notte del 28 febbraio
2004 hanno compiuto un colpo di Stato. Si potrebbe dire che c'è stato un
rapimento geo-politico. Posso dire chiaramente che è stato terrorismo
travestito da diplomazia. Questo colpo di Stato e questo rapimento sono
come due quarti di dollaro e 50 centesimi, fianco a fianco (ndr, cioè la
stessa cosa). Ho sempre denunciato l'incombere di un colpo di Stato, ma
fino al 27 febbraio, il giorno prima, non avrei mai immaginato che fosse
accompagnato da un rapimento.
La notte del 28 febbraio, improvvisamente, militari
americani, che stavano già intorno a Port-au-Prince vennero a casa mia a
Tabarre per dirmi che gli agenti di sicurezza americani che prestavano
servizio presso il governo di Haiti avevano solo due opzioni: tornare
subito negli Usa o morire combattendo. Mi dissero che ai 25 agenti
americani che avrebbero dovuto arrivare come rinforzo il giorno dopo era
stato impedito di partire. Infine aggiunsero che i terroristi haitiani e
stranieri disponevano di armi pesanti piazzate per colpire
Port-au-Prince. Spiegarono che sarebbero morte migliaia di persone, che
sarebbe stato un bagno di sangue. L'attacco era pronto, dissero, una
volta partita la prima pallottola nessuno avrebbe più potuto fermare il
massacro fino alla conquista della capitale e in ogni caso l'obiettivo
era catturare me, vivo o morto. Dissi allora agli americani che la mia
prima preoccupazione quella notte era di salvare la vita delle migliaia
di persone. In quanto alla mia incolumità, che io fossi vivo o morto non
era importante. Più cercavo di usare la diplomazia, più gli americani
intensificavano gli sforzi per fare partire l'attacco. Nonostante ciò,
mi assunsi il rischio di rallentare la macchina della morte per
verificare a che punto arrivassero il bluff e l'intimidazione. Era più
serio che un bluff. Il palazzo del governo era circondato da bianchi
armati fino ai denti.
L'area di Tabarre - la mia residenza - fu circondata da
stranieri armati. L'aeroporto di Port-au-Prince era già sotto il
controllo di quegli uomini. Dopo un ultimo confronto con i responsabili
della sicurezza haitiana a Port-au-Prince e i responsabili della
sicurezza americana, la verità divenne chiara. Stava per scatenarsi un
bagno di sangue perché eravamo già sotto una occupazione straniera
illegale che era pronta a massacrare e spargere sangue, e poi portarmi
via, vivo o morto. La riunione avvenne alle 3 di notte. Di fronte alla
tragedia, decisi di chiedere: "Che garanzie ho che non ci sarà un bagno
di sangue se me ne vado?". In realtà, tutta quella trattativa
diplomatica non significava nulla perché quegli uomini che dirigevano le
operazioni del rapimento avevano già dato per scontato il successo della
loro missione. Ciò che era stato detto fu fatto. La diplomazia, in
aggiunta a una firma estorta alla lettera di dimissioni, non è stata
capace di nascondere la realtà del rapimento. Dalla mia casa
all'aeroporto, c'erano ovunque militari americani armati con armi
pesanti. L'aeroplano americano venuto per prendermi atterrò mentre il
convoglio dei veicoli che erano venuti a catturarmi era arrivato sulla
pista. Una volta sull'aereo nessuno sapeva dove fossimo diretti. Una
volta atterrati nessuno sapeva dove eravamo. Con noi sull'aereo c'era il
figliolino di uno dei miei agenti americani della sicurezza che aveva
sposato una donna di Haiti. Dovette restare sull'aereo. Aspettammo
quattro ore, senza sapere nulla del posto dove eravamo. Poi fummo
riportati sull'aereo sempre all'oscuro sulla prossima destinazione.
Fu soltanto venti minuti prima dell'atterraggio nella
Repubblica Centroafricana che mi fu detto che quella era la nostra
destinazione. Atterrammo alla base militare francese ma fortunatamente
c'erano cinque ministri che ci vennero ad accogliere in rappresentanza
del presidente. Sappiamo che c'è gente a casa che sta soffrendo, che è
uccisa, imprigionata. Ma sappiamo anche che a casa c'è gente che capisce
il gioco e non molla perché sa che se mollasse, invece della pace
troverebbe la morte. Quindi chiedo a tutti quelli che amano la vita di
unirsi per proteggersi l'un l'altro. Chiedo a tutti quelli che non
vogliono vedere il sangue spargersi di unirsi in nome della vita e non
delle stragi. Tutti sappiano che se saremo solidali riusciremo a fermare
il diffondersi della morte e ad aiutare la vita a rifiorire. La stessa
cosa accaduta a un presidente democraticamente eletto può accadere in
ogni tempo e in ogni paese. Perciò è indispensabile proteggere una
democrazia che lavora di concerto con la vita. La costituzione è la
fonte di questa vita. E' la garanzia della vita. Siamo solidali dietro
alla costituzione in modo che sia la vita a rivelarsi, che sia la pace a
rifiorire e non la morte come invece stiamo vedendo. Coraggio, coraggio,
coraggio. Da dove sono, con la First Lady, non abbiamo dimenticato ciò
che disse L'Ouverture ed è per questo che salutiamo tutti con le sue
parole. Possono tagliare l'albero della libertà col machete del colpo di
stato come hanno fatto, ma non possono tagliare le radici della pace.
L'albero sboccerà nuovamente perché porta in sé lo spirito di Toussaint.
(Copyright Znet)
Dal sito dell'Anpil.
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